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Il torchio che respira: nelle valli dell'Appennino si spremono ancora le patate a mano

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Il torchio che respira: nelle valli dell'Appennino si spremono ancora le patate a mano

Photo: old wooden press screw press rustic kitchen Italy traditional, via c8.alamy.com

C'è un suono che nelle valli dell'Appennino Tosco-Emiliano ormai pochissimi riconoscono: il cigolio lento di un torchio di legno mentre la vite preme. È il frantoio delle patate, la macchina umile che per secoli ha trasformato il raccolto più affidabile della montagna in qualcosa di più duraturo e più utile: la farina di patata artigianale.

Un sapere che sta in una famiglia, forse due

«Mio nonno diceva che la patata si mangia d'estate, ma la sua anima la bevi d'inverno», ci racconta Elda, ottantadue anni, mentre sistema le griglie di legno dove le fette di patata asciugano vicino al soffitto basso della cucina. Il suo torchio — le sue parole, non le nostre — è l'ultimo del borgo ancora funzionante. Lo ha ereditato dal padre, che a sua volta lo aveva riparato con il falegname del paese dopo la guerra.

Non siamo di fronte a una tradizione turistica, bensì a un sapere che si sta spegnando in silenzio. Le famiglie che ancora spremono le patate in questo modo si contano sulle dita di una mano, e nessuna di loro ha mai pensato di farne un marchio o una festa paesana. Il torchio serve, e finché serve viene usato. Punto.

La tecnica, passo passo

Il procedimento è lungo ma sorprendentemente logico, e chi ha un po' di pazienza può capirlo anche senza possedere un torchio d'epoca:

  1. Lessare le patate intere con la buccia in acqua appena salata, fino a quando la forchetta non entra senza resistere.
  2. Schiaciarle e stenderle in uno strato sottile su telo di lino o griglie di legno, lasciandole asciugare per un giorno o due in ambiente asciutto e areato.
  3. Spremere: qui entra in gioco il torchio. La pasta di patata parzialmente essiccata viene compressa per separare la parte liquida, che un tempo veniva raccolta e usata come amido di fortuna.
  4. Essiccare lentamente il residuo solido, vicino al focolare o al sole delle finestre estive, fino a ottenere scaglie dure.
  5. Tritare o macinare fino a ridurre tutto in polvere fine: la vera farina di patata, profumata, leggermente dolce, senza nulla aggiunto.

Il risultato è un ingrediente che i supermercati imitano ma non replicano. La farina industriale è bianca e neutra; quella del torchio ha un colore paglierino e un odore caldo di terra bollita.

Pane, dolci e l'arte del riuso

A cosa serviva tutta questa fatica? Innanzitutto al pane di montagna: la farina di patata allungava il grano nei mesi magri e regalava una mollica che restava morbida giorni interi. Poi ai dolci di recupero, quelli che le nonne preparavano «con quello che c'era».

Ecco tre ricette che abbiamo raccolto e che chiunque può provare in casa, torchio o non torchio:

Perché ce ne importa ancora

Si potrebbe obiettare che la farina di patata si compra al supermercato per pochi euro. È vero. Ma il torchio dell'Appennino non parla di economia: parla di un rapporto con il cibo dove niente si butta e tutto si trasforma. La patata diventa farina, l'acqua di spremitura diventa amido, le bucce finiscono nel composto o nella minestra.

Se un giorno questo sapere sparirà, non se ne accorgerà nessuno con un comunicato stampa. Ma chi ha visto Elda girare la vite del torchio, lentamente, con le mani che conoscono ogni scricchiolio del legno, sa che qualcosa di prezioso se ne andrà con lei. Per questo abbiamo deciso di raccontarlo: non per nostalgia, ma perché alcune tecniche meritano di restare vive, almeno nelle cucine di chi ha voglia di provarle.

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